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Il Tuo Ortopedico Donna

Dott.ssa Valeria Rocca

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SINO AL 31 MAGGIO

Centro Medico Per La Donna

IL PIU’ INTIMO a CAGLIARI – V.LE MARCONI 62

Dott.ssa Valeria Rocca

Specialista in Ortopedia.

 

 

Curriculum e bio

Laurea in Medicina e Chirurgia con 110/110 e lode, successiva specializzazione in Ortopedia e Traumatologia con 50/50 e lode, entrambe conseguite c/o l’Università degli studi di Cagliari.

Lascia presto la sala operatoria per dedicarsi interamente al rapporto Medico/Paziente, acquisendo così esperienza, ormai pluriennale, sia nella diagnosi e terapia non invasiva delle principali patologie dell’apparato muscolo-scheletrico in ambulatorio, che nella gestione e assistenza del Paziente in reparto in seguito a terapia chirurgica.

Tariffe Ortopedia

Visita specialistica

60 euro

Trattamento infiltrativo (previa visita specialistica)

50 euro

 

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Orari

 

Mattina

Non attivo

Pomeriggio

Giovedì dalle 15.30 alle 18.30

ARTROSI, COSA E’, COME SI CURA
L’artrosi è una patologia degenerativa della cartilagine articolare. Ogni “articolazione” mobile è formata dalle cartilagini periferiche delle ossa; da uno spazio tra di esse ripieno di liquido (liquido sinoviale), da una capsula articolare e dai tendini. La cartilagine articolare è soffice, compressibile, estensibile e deformabile. Il liquido sinoviale ha funzione ammortizzante e nutriente, facilita lo scorrimento tra le due superfici articolari e viene secreto dalla membrana sinoviale. La capsula articolare è formata da tessuto connettivo che riveste completamente i due segmenti ossei esterni. Muscoli e tendini insieme alla capsula articolare consentono di aumentare la stabilità dell’articolazione.
La prima lesione artrosica consiste in un rammollimento ed un appiattimento nella sede di massimo appoggio e contatto delle cartilagini opposte. Vengono in tal modo attivati i condrociti, che sono le cellule che producono la cartilagine e che ivi risiedono. L’attivazione dei condrociti si traduce nella formazione accelerata di nuove fibre di collagene con caratteristiche diverse rispetto a quelle fisiologiche, più sottili e disorganizzate; inoltre, liberano in sede degli enzimi degradativi, favorendo così l’automantenimento di un processo cronico di infiammazione e di degradazione della struttura cartilaginea. Essa, ormai debole, pian piano si frattura perché il liquido che la bagna (liquido sinoviale), si insinua all’interno dei suoi anfratti durante i movimenti articolari, provocando dei veri e propri “crolli cartilaginei” che espongono a nudo l’osso, che diviene più denso.

 

RISCHI
Tra le forme più frequenti e sintomatiche troviamo l’artrosi delle grandi articolazioni: Ginocchio e Anca.
Artrosi del Ginocchio: all’interno dell’articolazione del ginocchio, le estremità ossee di femore e tibia sono rivestite da cartilagine; si tratta di uno speciale tessuto protettivo che diminuisce gli attriti evitando problemi di usura. Oltre alla cartilagine, partecipano alla riduzione degli attriti anche il liquido sinoviale, che bagna e nutre le cartilagini, e i menischi, mentre muscoli, legamenti, tendini ed altre strutture si preoccupano di stabilizzare l’intera articolazione durante i movimenti. L’artrosi del ginocchio è quindi una malattia della cartilagine articolare di tibia e femore. A poco a poco questa cartilagine si consuma, fino ad esporre le ossa sottostanti. Il conseguente attrito crea un danno articolare, che tende inesorabilmente a peggiorare nel corso degli anni. Tutto ciò può finire per provocare dolore e menomare la funzionalità del ginocchio, limitando i movimenti;
Artrosi dell’Anca (coxartrosi): come tutte le forme di artrosi, anche quella dell’anca è una malattia ad evoluzione cronica, che consuma a poco a poco le cartilagini articolari. In particolare, nella coxoartrosi viene colpito lo strato di cartilagine che riveste la testa del femore e la cavità dell’anca in cui si articola (cavità acetabolare): quando il rivestimento cartilagineo si assottiglia al punto da esporre l’osso sottostante, quest’ultimo reagisce addensandosi e producendo degli speroni ossei, chiamati osteofiti, alle estremità della superficie articolare. Nelle fasi più avanzate dell’artrosi, la capsula articolare s’ispessisce e i muscoli si retraggono fino a determinare gravi deformità; le anche risultano così bloccate in semiflessione, rigide e ruotate all’esterno. Nel contempo, aumenta il dolore e con esso la limitazione articolare; il movimento è quindi sempre più compromesso e il grado di invalidità aumenta col passare degli anni, rendendo difficile anche semplicemente camminare.

 

ANDARE DALL’ORTOPEDICO
Non esiste un trattamento risolutivo dell’artrosi una volta instauratasi. La terapia principale è quella analgesica, con la somministrazione di antidolorifici al bisogno per limitare il dolore e permettere il movimento articolare.
In caso di artrosi localizzata a livello di un’articolazione specifica (per es. anche, ginocchia, mani) è possibile effettuare infiltrazioni con acido ialuronico, mentre l’utilizzo di corticosteroidi per via infiltrativa è limitato ai casi di particolare infiammazione articolare. Nei casi più gravi di artrosi, al fallimento delle terapie mediche conservative, si rende necessario il trattamento chirurgico, con il posizionamento di protesi articolari.

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TRAUMATOLOGIA SPORTIVA E NON
Distorsione: è un infortunio a carico dell’apparato locomotore, che si caratterizza per una modificazione temporanea di un’articolazione sinoviale e per i conseguenti danni alle relative componenti articolari (legamenti, capsula articolare e cartilagine, superfici articolari, tendini, borse sinoviali ecc.). Le distorsioni possono interessare qualsiasi articolazione sinoviale. Tuttavia, per la posizione particolare che occupano nel corpo umano, alcune articolazioni sinoviali come caviglia e ginocchio, sono più a rischio di distorsione rispetto ad altre.
Lussazione: è tendenza comune confondere la distorsione con la lussazione. Tuttavia, queste due patologie dell’apparato locomotore, che interessano le articolazioni sinoviali del corpo umano, presentano una netta differenza. Infatti, mentre la modificazione anatomica articolare è solo temporanea nella distorsione, in caso di lussazione risulta permanente, comportando la perdita di contatto tra le porzioni ossee che formano l’articolazione interessata.

La lussazione o slogatura è un evento traumatico che causa la perdita dei rapporti reciproci tra i capi articolari di un’articolazione. Lo slittamento a livello cartilagineo delle due estremità ossee è consentito dalla rottura, almeno parziale, della capsula e dei legamenti che stabilizzano l’articolazione. Talvolta a tali lesioni si associano quelle della cartilagene articolare, dei vasi, delle ossa, della cute (lussazione esposta) e dei nervi. Tali rotture contribuiscono ad aggravare ulteriormente la situazione: una lesione cutanea, per esempio, aumenta considerevolmente il rischio di infezione mentre una lesione nervosa si associa ad una perdita di sensibilità e forza muscolare.

 

RISCHI
Dagli episodi di Distorsione possono scaturire almeno tre complicanze rilevanti:
– La frattura di una delle porzioni ossee che formano l’articolazione colpita. È una complicazione a breve termine;
– la spiccata tendenza, da parte dell’articolazione colpita, a infortunarsi nuovamente nello stesso modo (recidiva). È una complicazione a lungo termine (per instabilità cronica);
– la predisposizione, da parte dell’articolazione interessata, a sviluppare una forma di artrosi precoce. È un’altra complicazione a lungo termine.

La lussazione o slogatura è un evento traumatico che causa la perdita dei rapporti reciproci tra i capi articolari di un’articolazione. Lo slittamento a livello cartilagineo delle due estremità ossee è consentito dalla rottura, almeno parziale, della capsula e dei legamenti che stabilizzano l’articolazione. Talvolta a tali lesioni si associano quelle della cartilagine articolare, dei vasi, delle ossa, della cute (lussazione esposta) e dei nervi. Tali rotture contribuiscono ad aggravare ulteriormente la situazione: una lesione cutanea, per esempio, aumenta considerevolmente il rischio di infezione mentre una lesione nervosa si associa ad una perdita di sensibilità e forza muscolare.

 

ANDARE DALL’ORTOPEDICO
Più frequentemente questi eventi si verificano durante la pratica sportiva, a seguito di traumi: questi possono essere rappresentati da uno scontro con l’avversario o da un cedimento improvviso dell’articolazione, dovuto ad un terreno sconnesso oppure ad una preparazione fisica o una attrezzatura inadeguata. Ma le cause possono comunque essere molteplici.
La localizzazione più frequente di questi traumi è rappresentata da ginocchio e caviglia; seguono polso, gomito e dita delle mani.
E’ importante rivolgersi subito allo specialista ortopedico, la Dott.ssa Rocca, che effettuerà accertamenti diagnostici, e deciderà sulla terapia più indicata. L’obiettivo è quello di trattare il trauma efficacemente, senza improvvisazioni, al fine di raggiungere l’obiettivo di riabilitazione.

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IL PIEDE PIATTO IN ETA’ PEDIATRICA
Per quanto riguarda la storia naturale del piede piatto, alla nascita e all’inizio della deambulazione è presente una condizione fisiologica di piattismo sostenuta dalla conformazione delle ossa tarsali e da una relativa insufficienza muscolare e lassità legamentosa. Con la crescita, la morfologia delle ossa tarsali si modifica sotto la spinta di fattori genetici e stimoli ambientali, la muscolatura plantare e mediale acquisisce progressivamente un’adeguata funzione, si riducono la lassità legamentosa e la presenza di pannicolo adiposo plantare. Generalmente il piede acquisisce la normale morfologia e funzione intorno ai 6-7 anni, anche se talvolta il processo di formazione si protrae fino all’adolescenza.
La forma più comune è il piede piatto-valgo idiopatico dell’infanzia. L’eziologia del piede piatto idiopatico è tuttora sconosciuta. Tuttavia, esso è associato a un certo grado di familiarità, a iperlassità legamentosa e a una riduzione di tono dei muscoli cavizzanti (quei muscoli che con la loro azione e il loro tono contribuiscono a mantenere la curvatura della volta plantare). Il piede piatto idiopatico è più frequente nei bambini e negli adolescenti in sovrappeso. Il genere maschile ne è affetto due volte più frequentemente del genere femminile.

 

RISCHI
Il piede piatto inizialmente può essere considerato come una deformità estetica. Tuttavia, se non si corregge spontaneamente, può provocare nel tempo un’alterata distribuzione dei carichi al suolo, squilibri muscolari e un’alterata biomeccanica articolare (ipotonia, ipostenia, ipotrofia). Il bambino inizia, pertanto, a lamentare facile affaticabilità e dolori, inizialmente saltuari, successivamente persistenti. Diversi studi hanno evidenziato che i bambini affetti di piattismo, in effetti solo quelli con retro piede valgopronato, sviluppano maggiormente da adulti patologie secondarie, come: l’artrosi della caviglia e l’alluce valgo.

 

ANDARE DALL’ORTOPEDICO
Il piede è “funzionalmente” piatto quando rimane in prevalente o persistente pronazione (rotazione verso l’interno del piede) sia durante l’appoggio, sia durante il passo. In tal caso la comparsa di sintomi dolorosi da affaticamento è molto probabile. Altro aspetto di grande rilevanza è distinguere il piede piatto idiopatico lasso (flessibile) da quello strutturato (rigido). Il grado di strutturazione della deformità si valuta esortando il bambino a mettersi in piedi e a deambulare sulle punte (test dinamico). Se si forma l’arco plantare quando il bambino si mette sulle punte il piattismo non è strutturato (piede piatto lasso). Se, viceversa, non si forma l’arco plantare quando il bambino si mette sulle punte, la deformità è strutturata (piede piatto strutturato). La diagnosi di piede piatto, per un occhio esperto, è fondamentalmente clinica e non può mai essere improvvisata; tuttavia gli esami strumentali prescrivibili dalla Dott.ssa Rocca, rappresentano un supporto indispensabile per l’inquadramento diagnostico e per l’orientamento terapeutico.

Trattamento:

-Conservativo: ortesi plantare personalizzato, previa valutazione baropodometrica;

-Chirurgico: intervento del cosiddetto “calcagno stop” (artrorisi endosenotarsica) che consiste nel posizionamento di una vite all’interno del seno del tarso nel piede per modificare fisicamente l’accrescimento delle strutture ossee, contrastando la tendenza al piattismo (eseguibile solo nella età evolutiva, teoricamente tra i 10 e i 12-14 anni di età).

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SINDROME DEL TUNNEL CARPALE (STC)
Il tunnel carpale è una struttura osteo-legamentosa, fatta ad arco e situata tra la parte interna del polso e il palmo della mano.
Esso viene chiamato tunnel perché forma uno stretto passaggio per nove tendini e per un nervo, sensitivo e allo stesso tempo motorio, denominato nervo mediano.
Lateralmente e posteriormente al tunnel carpale, ci sono le ossa della mano, dette anche ossa carpali.
La sindrome del tunnel carpale può colpire chiunque. Tuttavia, secondo diversi studi statistici, colpisce più donne che uomini (il rapporto, infatti, è di 3 a 1 per il sesso femminile).
La sindrome del tunnel carpale insorge quando il nervo mediano, a livello del tunnel carpale, subisce una compressione nervosa tale per cui perde parte della sua funzione sensitiva e parte della sua funzione motoria.

 

RISCHI
Alcune persone affette da questa sindrome affermano di sentire le dita inutilizzabili e gonfie, anche se il gonfiore non c’è oppure è solo accennato. Il sintomo di gran lunga più frequente è il formicolio e/o la sensazione di “addormentamento” alle prime tre dita della mano, sintomi che spesso compaiono per la prima volta durante le ore notturne, a causa della posizione dei polsi assunte mentre si dorme, cioè in iperflessione, piegati. Chi è affetto dalla sindrome del tunnel carpale quando si risveglia può provare la necessità di “rilassare” la mano o il polso.
Quando i sintomi peggiorano è possibile avvertire un fastidioso formicolio anche durante il giorno. Il fatto che la forza per esercitare la presa diminuisca potrebbe rendere difficile stringere le mani a pugno, afferrare piccoli oggetti o svolgere altre attività che implicano l’uso delle mani.

 

Nei casi cronici o non adeguatamente curati i muscoli alla base del pollice possono risultare compromessi per sempre. Alcune persone riferiscono di non essere in grado di distinguere al tatto tra caldo e freddo.

 

ANDARE DALL’ORTOPEDICO
Diagnosi e cura precoce sono importanti per evitare danni permanenti al nervo mediano. Un esame fisico di mani, braccia, spalle e collo può contribuire a diagnosticare se i sintomi lamentati dal paziente sono collegati alle attività quotidiane o a un disturbo sottostante e possono escludere altri stati dolorosi che in qualche modo assomigliano alla sindrome del tunnel carpale (diagnosi differenziale con radicolopatia cervicale). Il polso è esaminato per quanto concerne la dolorabilità, il gonfiore, il calore. Occorre sottoporre a controlli la sensibilità di ciascun dito e i muscoli alla base della mano dovrebbero essere esaminati con particolare attenzione riguardo alla forza e ai segni di atrofia. Esame essenziale per la diagnosi è la ElettroMioGrafia (EMG).
Le cause scatenanti, come il diabete o l’artrite, dovrebbero essere curate per prime.
Il trattamento conservativo è da tentare se non ci sono deficit della forza o della sensibilità o severe anomalie. E’ importante, comunque, non operare il paziente troppo tardi , in quanto possono permanere esiti; il paziente in terapia conservativa deve pertanto essere controllato. Nella maggior parte dei casi il trattamento è chirurgico: si parla di intervento di apertura del legamento trasverso del carpo, cioè viene tagliato il “tetto” del tunnel carpale, con l’obiettivo di liberare dalla compressione il nervo mediano sottostante.

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L’ortopedia

L’Ortopedia è la branca della Medicina che si occupa della diagnosi e del trattamento (sia chirurgico che non chirurgico, cioè conservativo) delle malattie dell’apparato muscolo-scheletrico: ossa/articolazioni/tendini/muscoli.

Si distinguono malattie:
– Su base degenerativa (legate quindi al fisiologico processo di invecchiamento e/o all’usura da eccessivo sovraccarico);
– Su base traumatica (conseguenza quindi di eventi traumatici, come incidenti stradali, incidenti in ambito sportivo, cadute).

 

Quando e perché andare dall’ortopedico?

I sintomi che più di frequente suggeriscono la necessità di consultare un Ortopedico sono: il dolore, la limitazione o impotenza funzionale, la deformità di una specifica regione articolare. Anche in presenza di alcuni sintomi neurologici periferici, come il formicolio alle dita della mano per esempio, o alterazioni della sensibilità su specifiche aree degli arti superiori o inferiori, sarebbe utile rivolgersi allo specialista Ortopedico, in quanto tali sintomi possono essere dovuti a malattie di pertinenza del chirurgo, come la Sindrome del Tunnel Carpale, o la Sindrome da compressione del Nervo Ulnare al gomito, o ancora le ernie del disco a livello della colonna cervicale o lombare.

Centro D

Viale Marconi 62/A 09131 Cagliari

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Via Biasi 3 09033 Decimomannu